Il racconto dell’ancella

Pubblicato nel 1985 ne ho letto la riedizione. Credo che non mi sarebbe piaciuto neanche nel 1985: la sottomissione della donna, immaginata in un mondo distopico, come metafora delle rivendicazioni femministe è argomento abusato. E lo era anche nel 1985. Ancora una volta chiedo agli amici lettori di perdonare la voce fuori dal coro. Riconosco
però alla Atwood una grande capacità di immaginazione: negli Stati Uniti, nell’era post atomica, uno stato totalitario, che prende il nome di Gilead, priva i cittadini di ogni libertà. Vengono suddivisi per categorie: i Comandanti che sono in cima alla scala sociale, gli Angeli, eroi di una imprecisata guerra, gli Occhi, sistema di spionaggio, e i Custodi, cui sono affidati compiti ordinari. Ancor più penalizzate le donne. Le Mogli che subiscono mensilmente l’onta dell’accoppiamento dei mariti con le Ancelle, uniche donne in grado di procreare. Poi le Marte, ovvero domestiche, e le Nondonne che, sterili, e pertanto inutili, vengono inviate nelle colonie a rimuovere residui radioattivi. Nessuna di queste categorie gode di alcuna libertà. Portatrici dei principi del nuovo ordine sono le Zie che hanno il compito di istruire ed educare le ancelle all’annullamento di se stesse. Offred è la protagonista, nonché voce narrante, che racconta in un diario la sua vita di ancella relegata in una camera della grande casa del suo Comandante, da cui esce solo per la spesa. L’ambiente in cui si muove è costruito con sapienza, fornisce una sensazione di straniamento: la città è sempre quella, ma resa irriconoscibile dai posti di blocco, dai negozi chiusi, dai cadaveri appesi a un muro, esempio e monito alla popolazione. La narrazione procede lenta, come la vita di Offred, ma non coinvolge, ed è penalizzata da una lingua che sovrabbonda di paragoni e metafore che diluiscono la tensione narrativa.

Autore: Margaret Atwood
Casa editrice: Ponte alle Grazie

Un pensiero su “Il racconto dell’ancella

  1. Al di là del messaggio, rimane di questo romanzo una sensazione di straniamento, come dici tu, che è come un pugno nello stomaco. D’altra parte le distopie producono questo effetto. L’ho letto due volte a distanza di molti anni e lontano dal clamore del suo successo. E l’effetto è stato lo stesso anche se con sfumature diverse. Il libro offre comunque molti spunti di riflessione, vero?

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